Una rassegna di voci poetiche storiche e contemporanee che testimoniano la varietà e la qualità della poesia palestinese.
In questa sezione sono presenti diverse generazioni che testimoniano una lunga storia di oppressione, molti degli autori hanno vissuto solo occupazione e distruzione, eppure riescono a resistere e mantenere vivo un fragile filo di fiducia nel futuro. Queste voci vengono sussurrate o gridate per affermare che questa cultura non verrà cancellata e dimenticata come ci ricorda il poeta Tawfiq Ziyad “resteremo e scriveremo poesie”.
La poesia è, da sempre, tra le più importanti forme espressive della cultura del popolo palestinese che lotta da un secolo per esistere e rimanere sulla propria terra. Alcuni autori, come Nasser Rabah e Hend Joudah, risiedono ancora a Gaza e cercano di sopravvivere al genocidio in corso. Altre voci, come quelle di Heba Abu Nada, Refaat Alareer e molte altre non sono riuscite a giungere fino a noi perché cancellate dai bombardamenti israeliani. Le loro parole vivono moltiplicate nelle reti virtuali, tradotte e lette in tutto il mondo.
Queste poesie scritte spesso in condizioni disumane sono una possibilità per distaccarsi da una realtà terribile e affidarsi a un altro linguaggio per descrivere un altrove possibile. Forse, riprendendo un testo del poeta Mahmoud Darwish, in una patria costruita dalle parole della poesia.
La poesia palestinese scolpisce nella parola la crudeltà del tempo presente ed è una domanda costante e ineludibile sulla scomparsa del diritto e dell’empatia. La poesia non cambia il mondo e non impedisce un genocidio ma può risvegliare coscienze assopite e indifferenti.
L’essenziale è invisibile agli occhi, secondo la celebre frase di un Piccolo Principe, anche la poesia è invisibile ma sicuramente essenziale per testimoniare e continuare a restare umani.
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